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"Occorrerà rassegnarsi a questo: che la letteratura non ostenta, non ha mai ostentato segni di riconoscimento. La migliore verifica sperimentale, se non l'unica, a cui la si può sottoporre è quella suggerita da Housman: se una sequenza di parole, pronunciate silenziosamente mentre il rasoio scorre la mattina sulla pelle, fa drizzare i peli della barba, mentre “un brivido scorre lungo la spina dorsale”. E non si tratta certo di riduzionismo fisiologico. Colui che rammemora un verso mentre si rade subisce quel rabbrividimento, quell'”orripilazione”, romaharsa, che sopravviene in Arjuna davanti alla soverchiante epifania di Krsna nella Bhagavad Gita. E si dovrebbe piuttosto tradurre “felicità dei peli”, perché harsa significa “felicità”, oltre che “erezione” sessuale. Così vuole una lingua come il sancrito, che non ama l'esplicito, ma sottintende che tutto sia sessuale. Quanto a Baudelaire, era fiero che Hugo avesse percepito nei suoi versi “un brivido nuovo”. Come riconoscere, altrimenti, la poesia - e il suo scarto rispetto a ciò che già esiste? Qualcosa accade, che Coomaraswamy definì “la scossa estetica” (in "il grande brivido - saggi di simbolica e arte", cap. 7, ovviamente Adelphi, ndFab). La sua natura non cambia – che si tratti dell'apparizione di un dio o di una sequenza di parole. A questo induce la poesia: a vedere ciò che altrimenti non si vedrebbe, attraverso ciò che mai prima si è udito."
(Roberto Calasso, La letteratura e gli dei, Adelphi 2001)
"La poesia è caratterizzata da un diverso linguaggio, nel quale le parole sono sì le medesime di quello pratico, ma ordinate ad un fine diverso. Nella poesia le parole non sono immediatamente sostituite dal loro senso, non si esauriscono nel frutto e nella comprensione, ma rimangono, per dir così, nel nostro conoscere, senza estinguersi nel conoscibile. Gli indiani formularono, a questo proposito, la dottrina dello dhvani o risonanza. La vera poesia, secondo questa teoria, sta in un nuovo senso o valore che assumono le parole, completamente diverso dai due sensi letterale (o storico) e metaforico. «Il senso poetico (dice Anandavardhana) è altro da quello convenzionale e risplende nelle parole dei grandi poeti, diverso da tutte le parti conosciute, così come la grazia nelle donne.» Questo nuovo senso, irriducibile com'è a quello letterale, non può tuttavia manifestarsi senza di esso, ma su di esso, per così dire, si appoggia. Non dissimilmente, si potrebbe dire che anche la parola degli autentici testi religiosi è differente da quella pratica. In essa il senso storico o letterale, tuttavia presente, ci illude di continuo, per rifrangersi, nel divenire storico, in una moltitudine di significati che non permettono mai di identificare con certezza il nucleo centrale. Le infinite speculazioni etimologiche, simboliche, ecc., di cui è fatta oggetto, in oriente e in occidente, la parola religiosa, sono in gran parte dettate proprio da questa coscienza della sua inesauribile ricchezza. Questo suo carattere fu ben visto dagli indiani. L'idea di Kautsa, che negava che i Veda stessi, non creati da uomo, avessero un senso, si ricongiunge idealmente colla tesi opposta, che cioè la scrittura ha di fatto sensi infiniti, discoperti via via dallo sforzo degli interpreti e dei devoti."
(Raniero Gnoli, dall'introduzione alla Bhagavadgita della Utet, di cui è traduttore e curatore. Edizione notevolissima perché riporta il commento al testo del maestro del tantrismo kashmiro dell'XI secolo Abhinavagupta)
E infine una definizione in filigrana. L'autore parla di Daniel Schreber, ex presidente del Senato di Dresda, e del suo libro "Confessioni di un malato di nervi".
(anch'esso edito da Adelphi; di più, il romanzo del 1974 di Calasso "L'impuro folle" parla proprio di Schreber)
"I mezzi linguistici di cui disponeva sembrano fatti apposta per la descrizione di una costruzione intellettuale così singolare; egli se ne serve per porre in evidenza un numero di elementi tale, che nulla di essenziale resta in ombra. Egli parla a difesa, e fortunatamente non è un poeta: lo si può quindi seguire per ogni dove, pur senza perdere mai le proprie difese contro di lui."
(Elias Canetti, Massa e Potere, Adelphi 1981)
Fab